

78. Garibaldi e l'impresa dei Mille.

Da: M. Monnier, Histoire de la conqute de Deux Siciles, Parigi,
1861, in D. Mack Smith, Il Risorgimento italiano, secondo,
Laterza, Roma-Bari, 1973.

L'impresa di Garibaldi in Italia meridionale suscit all'epoca
apprensioni, ostilit ed ammirazione. Quest'ultimo sentimento 
chiaramente manifestato dallo scrittore francese Marc Monnier nel
seguente brano, tratto dalla sua Storia della conquista del Regno
delle Due Sicilie, in cui  tratteggiata con vivacit e chiarezza
l'esaltante presenza di Garibaldi a Napoli. Del generale, ormai
patrono di Napoli, il Monnier ammira soprattutto la grandiosit
delle realizzazioni militari, a fronte della pochezza dei mezzi a
disposizione, che lo resero protagonista di un'avventura pi
singolare, pi meravigliosa delle antiche conquiste dei Normanni.

                                    11 settembre
Decisamente, Garibaldi ha detronizzato san Gennaro. Egli  ora il
patrono di Napoli. Regna e governa,  dappertutto,  tutto.
Cammina davanti a s con un'audacia sublime che gli d ragione e
lo salva dal pericolo. Io non so se si pensi ancora alla
singolarit della sua avventura; la meraviglia si stanca e finisce
per accettare tutto. Ma in me l'ammirazione  pi fedele. Ho
seguito giorno per giorno, con la stessa ansiet del paese che da
essa si aspettava la liberazione, questa spedizione, di cui vi ho
annunciato costantemente il meraviglioso successo. E tuttavia sto
ancora a chiedermi:  possibile? Pi d'un anno fa vi scrissi: la
dinastia dei Borboni croller al primo soffio. Il soffio 
passato, la dinastia  crollata, eppure non posso crederci. essere
che il generale di uno Stato secondario, un soldataccio cui si
pu affidare un battaglione, forse una brigata, si diceva di lui
fino a poco tempo fa; io dico di pi: non essere neppure generale
perch fin dall'inizio aveva dato le dimissioni; non avere beni di
fortuna, n un potere riconosciuto n una missione legittimata da
un'autorit qualsiasi, e neppure uno di quei grandi nomi ereditari
che ricoprono l'ambizione personale col manto di un diritto
divino; non essere, in una parola, che il rappresentante di
un'idea, di un'astrazione - fino a ieri si sarebbe detto
d'un'utopia - e non d'un'idea capace di avvincere gli uomini dal
lato degli interessi materiali e delle promesse d'avanzamento, ma
di un'idea nazionale che chiedeva solo dedizione sublime e
sacrifici eroici e che, lungi dal trionfare in tre giorni, come le
insurrezioni delle citt, non poteva offrire il premio della
vittoria se non dopo anni di privazioni, di combattimenti e di
pericoli.
Avere contro di s l'Europa intera, il diritto delle genti, i
trattati, l'equilibrio delle potenze, e non poter opporre a tutte
le tradizioni, a tutte le leggi stabilite se non il prestigio di
un nome popolare illustrato da brillanti scaramucce, ma non ancora
consacrato da quelle grandi vittorie che del generale Bonaparte
avevano fatto l'imperatore Napoleone.
 Essere solo, in una parola, povero e senza diritti; e
cionondimeno smuovere le nazioni, improvvisare uomini, trovare
milioni, sollevare il mondo con una parola; e questo senz'abilit,
senza cospirazione, senza mistero: soltanto mostrandosi a tutti,
con gli occhi fissi e il dito teso verso la meta sognata; poi
partire con un pugno d'uomini, e con questo pugno d'uomini
dichiarare guerra a un sovrano che aveva centinaia di vascelli e
80.000 soldati. Denunciato, sorvegliato dappertutto, sfuggire
scivolando tra squadre formidabili; piombare all'improvviso sul
punto meglio difeso della costa, davanti a due navi da guerra che
avrebbero potuto mandare in rovina la sua spedizione con una
ventina di scariche; poi, in quindici giorni, con 1092 italiani e
tre ungheresi, rovesciare 30.000 uomini e conquistare la Sicilia.
Infine, dopo tre mesi di attesa e di riposo, durante i quali con
il suo ascendente aveva costretto il re vinto a venire a patti con
il suo popolo, e costretto il popolo a rifiutare questa pace
proposta troppo tardi, spezzare la stretta, saltare d'un balzo su
di una piazzaforte e, in diciassette giorni, marciando diritto
davanti a s senza deviare d'un passo, conquistare un regno,
abolire l'opera d'un secolo, e mostrare al mondo stupefatto, nei
nostri tempi di moderazione e di diplomazia, un'avventura pi
singolare, pi meravigliosa delle antiche conquiste dei Normanni.
Essere un corsaro sconfessato dal proprio re, e dare a questo re
con un tratto di penna un centinaio di navi e dieci milioni di
uomini! E tutto questo dinanzi all'Europa che, dapprima
sconcertata, non osa resistere e protestare, ma poi, trascinata,
abbagliata, consacra quest'impresa eroica con una sorta di
astensione dettata da simpatia, che costituisce una complicit
morale. Ecco ci che ha fatto, da solo, quest'uomo; e non si
fermer l!.
